Il cambiamento climatico sta modificando in modo sempre più evidente anche l’epidemiologia delle malattie infettive degli animali, con conseguenze che vanno ben oltre la salute veterinaria e coinvolgono sicurezza alimentare, biodiversità, economia e rischio di zoonosi.
A confermarlo è una nuova revisione sistematica pubblicata su The Lancet Planetary Health, che ha analizzato gli studi disponibili sugli effetti delle variazioni climatiche e del cambiamento climatico sull’incidenza, la prevalenza, la mortalità e la distribuzione geografica delle malattie infettive animali.
Nel 73% degli studi aumenta il rischio di malattia
Gli autori hanno selezionato 33 studi pubblicati tra il 1996 e il 2024. In 24 casi su 33, pari al 73%, è stata rilevata un’associazione positiva tra fattori climatici e aumento del rischio infettivo, maggiore prevalenza o ampliamento dell’area geografica interessata dalle malattie.
La temperatura è risultata la variabile climatica più frequentemente studiata, presente in 29 lavori, seguita dalle precipitazioni, analizzate in 25 studi.
Le associazioni più ricorrenti riguardano temperature medie più elevate, precipitazioni maggiori e inverni più miti. In molti casi questi fattori modificano le condizioni ambientali favorevoli ai vettori e ai patogeni.
Zanzare, moscerini e zecche al centro del cambiamento
Il dato più netto riguarda le malattie trasmesse da vettori: 32 dei 33 studi analizzati, il 97%, hanno riguardato patologie vector-borne.
Tra i vettori maggiormente rappresentati figurano zanzare, moscerini del genere Culicoides e zecche. Gli autori individuano diversi meccanismi attraverso i quali il clima può aumentare il rischio: temperature più alte possono accelerare la replicazione dei patogeni nei vettori, abbreviarne i tempi di incubazione e permetterne la sopravvivenza o l’espansione verso territori precedentemente inadatti.
In altri casi, modificazioni delle precipitazioni o periodi di siccità possono concentrare animali ospiti e vettori negli stessi ambienti, aumentando le occasioni di trasmissione.
Il diagramma riportato nella revisione mostra come temperatura e precipitazioni siano i principali fattori climatici associati all’aumento della diffusione di patologie quali West Nile, bluetongue e altre infezioni trasmesse da vettori, interessando uccelli, equini, animali da allevamento e fauna selvatica.

West Nile, bluetongue e altre infezioni sensibili al clima
Tra le malattie più studiate compaiono la bluetongue, la febbre West Nile, la filariosi cardiopolmonare del cane, la malaria aviaria e altre infezioni parassitarie e virali.
Per la bluetongue, diversi studi hanno associato temperature più elevate a una maggiore replicazione del virus nei Culicoides e all’espansione geografica della malattia.
Anche per la West Nile sono state osservate associazioni tra temperature elevate e maggiore rischio di trasmissione. In alcuni contesti la scarsità di precipitazioni può favorire la concentrazione di zanzare e uccelli in prossimità delle poche risorse idriche disponibili, aumentando le possibilità di contatto.
Non tutti gli effetti sono però unidirezionali. In alcune aree temperature eccessivamente elevate o condizioni troppo secche possono ridurre la sopravvivenza dei vettori e quindi la trasmissione. La revisione sottolinea quindi come la relazione tra clima e malattia dipenda fortemente dal contesto ecologico.
Dalla salute animale alla salute umana
Gli effetti non riguardano soltanto gli animali.
Undici dei 33 studi inclusi nella revisione avevano tra le proprie motivazioni anche il rischio zoonotico o per la salute pubblica. Patologie come la West Nile mostrano con chiarezza l’interconnessione tra fauna selvatica, vettori, animali domestici e popolazione umana.
Gli autori ricordano inoltre che quasi la metà delle malattie animali emergenti presenta un potenziale zoonotico.
Da qui il richiamo a un approccio One Health, che consideri insieme salute umana, animale e ambientale.
Ripercussioni su allevamenti, alimentazione ed economia
Le malattie infettive animali sensibili al clima possono determinare mortalità, riduzione della produttività degli allevamenti, restrizioni commerciali e costi elevati per il controllo delle epidemie.
Le conseguenze possono tradursi in perdita di reddito per gli allevatori, riduzione della disponibilità di alimenti di origine animale e instabilità delle economie rurali.
La mappa concettuale proposta dagli autori evidenzia una vera e propria cascata di effetti: dal cambiamento climatico all’aumento delle malattie, fino alla perdita di biodiversità, alla riduzione delle produzioni, all’insicurezza alimentare e alle conseguenze economiche e sanitarie.
Fauna selvatica ancora poco studiata
Nonostante la crescente attenzione scientifica, la revisione mette in evidenza importanti lacune.
Gli animali domestici sono stati oggetto di 18 studi, contro appena 11 dedicati alla fauna selvatica. Pecore, capre e bovini risultano tra gli animali più analizzati.
Anche dal punto di vista geografico emerge uno squilibrio marcato: gran parte delle ricerche proviene da Paesi ad alto reddito e da aree dotate di sistemi di sorveglianza veterinaria più sviluppati.
Africa, Sud-est asiatico, America Latina, Caraibi e Oceania restano relativamente poco rappresentati, proprio mentre molte di queste regioni risultano particolarmente vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico.
Molti modelli, pochi dati epidemiologici di lungo periodo
Uno dei risultati più significativi della revisione riguarda ciò che non è stato possibile includere.
Oltre 6.200 studi individuati nella ricerca iniziale sono stati esclusi perché basati soltanto su modelli di idoneità ambientale, abbondanza dei vettori o indicatori epidemiologici sintetici, senza dati empirici direttamente riferiti all’andamento delle malattie.
Secondo gli autori, questi modelli sono essenziali per prevedere il rischio, ma non possono sostituire sistemi di sorveglianza epidemiologica capaci di seguire le malattie nel lungo periodo.
Servono quindi dati veterinari più accessibili, interoperabili e collegabili alle informazioni climatiche e meteorologiche.
Sorveglianza sanitaria “climate-aware”
La principale indicazione operativa dello studio è la costruzione di sistemi di sorveglianza capaci di incorporare sistematicamente le variabili climatiche.
I sistemi veterinari dovrebbero integrare dati su temperatura, precipitazioni ed eventi estremi con quelli relativi alla comparsa delle malattie, così da individuare precocemente segnali di rischio e sviluppare strumenti di allerta.
Gli autori propongono anche di includere la sensibilità climatica tra i criteri per definire le malattie animali prioritarie e di registrare eventuali anomalie climatiche associate ai focolai.
Il clima come problema di salute globale
La conclusione della revisione è netta: le evidenze disponibili indicano che il cambiamento climatico sta già modificando incidenza, prevalenza e distribuzione geografica delle malattie infettive animali, soprattutto di quelle trasmesse da vettori.
Rimangono ancora molte incertezze e una carenza di dati epidemiologici di lungo periodo, ma il quadro emerso rafforza l’idea che i rischi sanitari legati al clima attraversino le specie.
Per questo, secondo gli autori, rafforzare la sorveglianza climatico-sanitaria e integrare pienamente la salute animale nelle strategie One Health sarà indispensabile per affrontare i rischi infettivi di un pianeta sempre più caldo.
Fonte: Andrea Lavarello-Schettini et al., Climate change and animal infectious diseases: a systematic review of emerging evidence, The Lancet Planetary Health, 2026.
